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Pubblicato il 20-12-2016 alle 23:00 - PDF

Legittima la valutazione di congruità sui compensi degli amministratori

Legittima la valutazione di congruità sui compensi degli amministratori

Rientra nei poteri dell’Amministrazione “la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, anche se non ricorrano irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi negli atti giuridici d'impresa”. Pertanto, la deducibilità dei compensi degli amministratori di società, di cui all'art. 95 c. 5 TUIR, non implica che l'Amministrazione sia vincolata alla misura indicata nelle deliberazioni della società, “competendo all'Ufficio la verifica della attendibilità economica di tali dati”. E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 24379 del 30.11.2016.

Il caso - Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate notificava ad una Srl un avviso di accertamento con cui contestava la “non inerenza” dei costi relativi ai compensi degli amministratori, in quanto l’importo corrisposto è stato ritenuto “sproporzionato” rispetto all’ammontare del volume degli affari e dei ricavi dichiarati nel medesimo periodo di imposta.

La società proponeva ricorso alla C.T.P, che lo accoglieva con sentenza confermata dalla C.T.R.; in particolare, quest’ultima riteneva la deducibilità dei compensi corrisposti agli amministratori consentita a norma dell’art. 95 c. 5 TUIR e osservava che detti compensi costituivano, nel contempo, un costo deducibile per la società ed un corrispettivo imponibile in capo agli amministratori, senza quindi produrre danno all’Erario.

Contro tale sentenza l’Agenzia ha proposto ricorso per Cassazione, contestando la parte in cui:

  • all’Amministrazione non è consentita alcuna valutazione sulla congruità dei compensi corrisposti
  • viene dato rilievo alle maggiori imposte versate dagli amministratori per i compensi percepiti.

 

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE - La Cassazione, nel considerare fondato il ricorso, rileva che rientra nei poteri dell’Amministrazione: “la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, anche se non ricorrano irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi negli atti giuridici d'impresa

 

 

Pertanto, la deducibilità dei compensi degli amministratori di società, di cui all'art. 95 c. 5 TUIR, non implica che l'Amministrazione sia vincolata alla misura indicata nelle deliberazioni della società, “competendo all'Ufficio la verifica della attendibilità economica di tali dati”.

Inoltre, rileva la Cassazione, ai fini della deducibilità dei costi:

  • non è sufficiente fornire la prova della effettività dei componenti negativi (ossia che sono esistenti)
  • dovendo il contribuente fornire anche la prova della loro inerenza “alla produzione di ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito”; anche sotto tale profilo l'Ufficio è legittimato a negare la deducibilità parziale di un costo ritenuto “sproporzionato” ai ricavi o all'oggetto dell'impresa e rispetto al quale la società non fornisca plausibili giustificazioni dell'ammontare del medesimo.

La Corte rileva, poi, un orientamento difforme (minoritario) che muove dall’assunto che l’art. 95 TUIR (a differenza del previgente art. 59 DPR 597/73 per il quale i compensi ai soci amministratori erano deducibili “nei limiti delle misure correnti per gli amministratori non soci” non contiene alcun riferimento a limiti massimi di spesa per i compensi, superati i quali è esclusa la deducibilità. In base a tale orientamento, l’Amministrazione, in caso di compensi “insoliti o sproporzionati”, può solo fare ricorso alla disciplina della simulazione e dei negozi in frode alla legge (Cass. n. 24957/2010).

In senso contrario, la Corte osserva che il mancato riferimento, nell’art. 95 TUIR, a tabelle o indicazioni vincolanti che pongano limiti massimi di spesa per i compensi agli amministratori, “non costituisce valida ragione per derogare alle regole generali in materia di indeducibilità di costi sproporzionati, in quanto tali mancanti del necessario requisito dell’inerenza in senso quantitativo”.

CONCLUSIONI

L’indirizzo in materia appare ormai, consolidato, e può ritenersi inserirsi inserito nell’ambito del principio di “antieconomicità”, quale criterio utilizzabile dagli Uffici per valutare la congruità delle spese e dei costi sostenuti dagli imprenditori;

  • laddove dette spese (inclusi i compensi amministratori) appaiano “sproporzionate” o “insolite”
  • l’Ufficio ha facoltà di procedere alla rettifica dei componenti negativi.

FORMALITA’: si riscontra di frequente nelle Srl a base “familiare” un atteggiamento che appare piuttosto pericoloso: il prelievo di compensi periodici che non trova una precedente specifica delibera dell’Assemblea.

Può infatti accadere che l’amministratore prelievi in via anticipata (spesso su base mensile) quanto riconosciuto negli anni precedenti (quasi fosse un diritto acquisito), senza che l’atto costitutivo o precedente delibera lo abbia autorizzato per il futuro (e cioè fino a diversa deliberazione dell’Assemblea); in tale situazione la Cassazione (Sent. SS. UU. N. 21933 del 29/08/2008) ha stabilito:

  • la “nullità” del compenso, con conseguente obbligo di restituzione da parte dell’amministratore (e la indeducibilità del costo)
  • anche se in seguito l’Assemblea abbia di fatto “ratificato” l’operato, approvando il bilancio dove veniva chiaramente esporto il compenso corrisposto.

Occorre dunque prestare attenzione a che:

  • il prelievo (periodico o meno) sia già stato autorizzato
  • da una delibera dell’Assemblea regolarmente trascritta sui libri sociali.

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20-12-2016 23:00
Categoria:
L’evoluzione della Giurisprudenza