
Legittimo l'accertamento allo studio professionale fondato su alcuni indici di antieconomicità come il rapporto tra numero di clienti e fatture emesse oltre che il reddito dichiarato dai professionisti. Errato il riferimento, invece, al rapporto percentuale tra prestazioni gratuite e ricavi invece che il reddito dichiarato.
Lo ha stabilito la Cassazione, con l’ordinanza 15144 del 20 maggio 2026, con cui ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle entrate.